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Francesco Laterza e Serena Noto su asprakounelia (Treno Fantasma), Susanna n.1, 20 maggio 2011

ErosAntEros . asprakounelia (Treno Fantasma) . TEATRI DI VETRO . Roma
Susanna (Francesco Laterza e Serena Noto), Susanna n.1, 20 maggio 2011

ErosAntEros, giovanissima compagnia di Ravenna nata nel maggio scorso dall’incontro di Davide Sacco e Agata Tomsic, presenta “asprakounelia (Treno Fantasma)“, spettacolo per 22 spettatori, ispirato al testo “The Pitchfork Disney” di Philip Ridley. Gli spettatori vengono accompagnati da una ragazza vestita di bianco all’interno di una scatola buia, qui ha luogo l’evento, la visione, il racconto. Evento: Una voce (o meglio, il risultato di due voci sovrapposte, una maschile e una femminile) da il benvenuto, e questo pone subito il visitatore in una posizione ambigua, lo spettacolo è stato preparato per lui e questo gli viene comunicato, gli viene detto che sta per assistere a qualcosa e la voce che si prende la briga di fare gli onori di casa potrebbe essere l’artefice, colui che predisposto l’evento stesso. Da questo momento prende avvio un dialogo a due voci, amplificate al microfono, che immediatamente mostra i suoi lati oscuri, distorti, infermi. Lo spettatore è circondato e continuamente colpito dalle voci, che paiono il risultato di uno studio molto attendo sul suono della parola, che sostiene il buio e in un primo momento, l’assenza di immagini. Visione: Poi le immagini arrivano, frammenti di corpi sotto una luce, visioni che si aggiungono alle voci e accrescono l’atmosfera da incubo, straniante, di difficile decifrazione. Le voci offrono pochissimi elementi di appiglio per una definizione di ciò che si sente e di ciò che si vede, sembra che gli artisti abbiano deciso di sfidare il desiderio dello spettatore di interpretare, capire, ricostruire i fili, sottoponendolo a una continua frustrazione da questo punto di vista. Frustrazione che però sembra essere risarcita dall’estrema cura e dalla consistenza espressiva delle due vocalità. Come se avessero deciso, all’interno dell’evento performativo, di destinare all’ascolto tutto ciò che non è aperto allo sguardo. Racconto: alle due voci, una maschile e una femminile se ne aggiungerà una terza, che pare la somma delle due, ma anche la voce iniziale di benvenuto, e dall’entrata della terza voce le immagini iniziano a comparire con più frequenza, mentre il racconto tra dialoghi e soliloqui, tra rivelazioni di ricordi e di sogni assume toni sempre più inquietanti. La musica a supporto dell’atmosfera si muove tra suoni angosciosi, quel genere di sonorità composte per “fare paura”, e melodie ca carillon, infatti risuonano, nel racconto, suggestioni legate all’infanzia e alla condizione infantile, ma soprattutto si ha l’impressione che ad essere evocato sia quello stato che dell’infanzia costituisce la parte più oscura, cioè l’immaginazione. Cosa pensa un bambino? Come pensa? I due ragazzi (voce maschile e voce femminile) si apostrofano l’uno l’altro con parole che appartengono all’immaginario della fanciullezza, ma al contempo evocano ricordi e sogni evidentemente frutto di una mente adulta. O forse no? È come se lo spettacolo invitasse lo sguardo, o sarebbe meglio dire l’ascolto, a posizionarsi sulle fessure di questa ambiguità, dalle quali è forse possibile intravedere qualcosa, ma senza la pretesa di dare alla visione una determinazione precisa, di contestualizzarla. E anche le immagini che fulmineamente prendono vita dal buio sembrano tutte prelevate dall’immaginario fobico dell’infanzia. Sembra che l’obiettivo di ErosAntEros sia di stimolare una riflessione intorno al tema dell’impossibilità di dare contorni definiti ai discorsi che abitano la mente, invitando lo spettatore a posizionarsi all’interno di quest’ultima. Questo inevitabilmente predispone a una partecipazione che si astrae dal giudizio, perché i margini di valutazione vengono a mancare, tutto appare lecito quando è frutto dell’immaginazione e la ricerca di risoluzioni o appianamenti logici diventa superflua. E a maggior ragione se la mente in questione è una mente inquieta, in preda alle distorsioni dell’incubo, le possibilità di crittografarne i contenuti divengono nulle. La drammaturgia è costruita sapientemente per adempiere a questo obbiettivo. La scena, nell’alternarsi tra immagini e buio, sembra offrire spazio anche agli incubi delle menti spettatrici, a cui le voci somministrano continue sollecitazioni.

“Non soltanto l’immagine eccede la forma, l’aspetto, la superficie quieta della rappresentazione, ma per far questo deve anche attingere a un fondo – o a un senza-fondo – di potenza eccessiva. L’immagine deve essere immaginata: deve, cioè, estrarre dalla sua assenza l’unità di forza, di cui la cosa semplicemente posta là è priva. L’immaginazione non è la facoltà di rappresentare qualcosa nella sua assenza, ma è la forza che trae dall’assenza la forma della pres-enza, vale a dire la forza del “presentarsi”. La risorsa necessaria deve essere essa stessa eccessiva.” (Nancy)

“Il presupposto per un’opera d’arte consiste, secondo me, nel fatto che sia tale da costringere continuamente a inserire in essa la personale fantasia e la personale realtà di chi legge o guarda. Cioè che non si verifichi il semplice sprofondarsi in qualcosa, così da esserne solamente toccati, e imbevuti, bensì la costrizione a raccontare la propria realtà inserendola in ciò che si legge o vede”. (R.W.Fassbinder)