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Intervento di Agata Tomsic per la Festa dei Lavoratori . NUDM – Ravenna . 1 maggio 2020

In occasione della Festa dei Lavoratori, Agata Tomsic interviene per Non Una Di Meno – Ravenna.

1° MAGGIO – LA TESTIMONIANZA DI UN’ATTRICE DRAMMATURGA

“Che lavoro fai?”
“Attrice e drammaturga.”
“Sì, ma di lavoro?”
Diciamo che il lavoro culturale non è mai stato considerato molto in Italia. Come per tutti i lavori di cura, chi si occupa della cura dell’intelletto, e quindi addirittura di qualcosa di materialmente impalpabile come l’arte o peggio ancora il teatro, non è neppure considerat* un* ver* lavorat*.
Personalmente mi ritengo una persona fortunata, perché nonostante la mia umile provenienza sociale, posso esercitare un lavoro artistico e intellettuale, senza avere le spalle coperte e alcun tipo di appoggio o raccomandazione pregressi al mio lavoro. Mi ritengo una persona fortunata, perché ho trovato un compagno che condivide il mio stesso sogno e quotidianamente lotta insieme a me per realizzarlo, non senza difficoltà, momenti di tensione e di cedimento. Questo comporta ovviamente una serie di privazioni continue (materiali e immateriali) che ti fanno vivere in maniera diversa. Per me non è assolutamente un peso, ma anzi, fa si che in questi giorni di quarantena, a parte per il rapporto con la natura del quale vivendo al piano terra di un condominio vengo inevitabilmente privata, non mi manchi molto l’esterno. Certo, mi dispiace che tutto ciò per cui ho lottato nei miei ultimi dieci anni di vita e di lavoro con la mia compagnia teatrale sia stato spazzato via senza preavviso da una pandemia mondiale. Mi dispiace perché dal 24 febbraio non passo un giorno senza lavorare gratis per salvare il salvabile dei tanti progetti che avevamo messo insieme in questi anni e che se smettiamo di farci sentire con le realtà e le istituzioni che li sostenevano rischiano di andare in fumo. Sto male perché da più di due mesi il governo non si prende la responsabilità di dare a noi lavoratori dello spettacolo delle risposte, e continuiamo ad agitarci come dei criceti in gabbia senza nessuna prospettiva di uscita da questa situazione. Sto male perché nel nostro settore i contratti di lavoro sono ridicoli e a parte le strutture teatrali più grandi, viviamo tutti nel precariato più estremo, con contratti di uno o pochi giorni al mese, alternanti a periodi in cui i più fortunati riescono a fare domande temporanee di disoccupazione.
E cosa succede di tutti questi lavoratori in un momento come questo? Ancora una volta i “più fortunati” vanno in cassa integrazione, gli “abbastanza fortunati” ottengo il famoso bonus di 600 euro, e tutti coloro che per una miriade di casistiche burocratiche non riescono a fare domanda restano a casa senza redditto, rischiando di andare a vivere sotto un ponte. L’unica cosa “positiva” di tutta questa situazione è che ora, anche nel mondo del teatro, finalmente è stato scoperchiato il vaso di Pandora, facendo emergere tutte quelle ingiustizie che nella corsa quotidiana alla sopravvivenza noi lavoratori dello spettacolo ci siamo abituati a sopportare. Perché purtroppo il teatro è specchio anche in questo senso della società in cui viviamo e al suo interno si instaurano le stesse dinamiche di sfruttamento, potere e clientelismo, che vigono negli altri livelli della società in cui viviamo. E non è che queste dinamiche non fossero chiare già prima, ma ora in cui siamo tutt* a casa, senza prospettive di sopravvivenza, privati dei diritti fondamentali che ci spettano come lavorator* e cittadin*, anche noi teatranti ci rendiamo conto che è ora di alzare la testa e sfruttare questo tempo “sospeso” per esigere una vita più degna.
L’altro giorno abbiamo partecipato a una grande assemblea virtuale, a cui hanno partecipato in diretta streaming più di 600 persone. Promossa da un’associazione culturale che si occupa di critica teatrale e a partire da domande sul futuro che inizialmente miravano a temi più poetici, l’assemblea si è trasformata sin dal primo intervento in un momento di confronto su questioni estremamente pratiche relative alla sopravvivenza: Vogliamo un reddito di quarantena! Vogliamo ammortizzatori sociali, non solo ora ma sempre! Vogliamo che la politica smetta di valutare il nostro lavoro con criteri quantitativi e numerici! Vogliamo smettere di fare gli imprenditori di noi stessi per poter fare gli artisti! Vogliamo i diritti che hanno le altre categorie di lavoratori! Spero fortemente che queste parole continuino a essere al centro dei pensieri dei lavoratori del nostro settore, per cercare di ottenere quei diritti che negli altri Paesi d’Europa sono normali e grazie a essi forse anche una coscienza diversa della nostra professione da parte del resto della popolazione.
Personalmente in questo momento di grande incertezza per tutt*, vorrei “solo” delle risposte più chiare dallo Stato, anche negative, ma delle risposte. Mi spiego meglio, preferirei sapere oggi di dover restare un anno intero chiusa in casa, con un reddito minimo di sopravvivenza (anche soltanto 500 euro al mese), a studiare, scrivere testi, sperimentare vocalmente e fisicamente, progettare spettacoli e altre iniziative per quando le condizioni sanitarie globali ci permetteranno di tornare al lovoro, piuttosto che stare in questo limbo in cui non so cosa mi aspetta domani, né di cosa vivrò tra qualche mese (nonostante io sia abituata a vivere con poco).
In tutto ciò gli industriali premono per aprire le fabbriche, e alcune strutture teatrali premono per ricominciare subito con gli spettacoli, seguendo le norme di distanziamento, “ovviamente”… Ma perché noi lavoratori dello spettacolo dobbiamo rischiare la nostra salute o accettare misure che umiliano il nostro lavoro?
La cosa più triste è che sui grandi media, le uniche persone che prendono parola a riguardo sono le “star” televisive che ti chiedono di andare in televisione a fare beneficenza (che equivale a chiedere dei soldi a un mendicante), o, come Ambra Angiolini, che si fa addirittura portavoce dei lavoratori del nostro settore per il Primo maggio!
E al di là della loro discutibile etica o estetica, queste persone sono abituate a guadagnare in un giorno più di quello che io guadagno in un anno intero e anche di più, come fanno a “rappresentarmi”, a darmi voce?
Ci sarebbe tantissimo altro da dire, ma sfido chi legge a volerne sapere di più (nel caso resto a disposizione per una seconda parte) e chiudo con un estratto da un nostro spettacolo di un paio d’anni fa, Vogliamo tutto!, dedicato al Sessantotto italiano, in cui interpreto Alfonso, l’operaio della FIAT protagonista dell’omonimo romanzo di Balestrini, mentre incita altri operai a scioperare.
Nello spettacolo è soltanto una delle tante voci che incarno, ma ho scelto proprio questo discorso, (nonostante sia al maschile!), perché mi sembra molto centrato rispetto a questo momento in cui ci chiedono di rischiare la nostra vita per lavorare e continuare a far crescere il PIL, continuando a far finta che il sistema malato che ci ha portato a questo difficile momento sia immutabile, invece di assumersi ciascun* le proprie responsabilità e provare a modificarlo insieme.