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Intervista ad Agata Tomsic su “Bobnic – La crida” del Comune di Isola – Slovenia

IL TEATRO CONTEMPORANEO VIVE UNA VIVACITÀ DI FORME SORPRENDENTE
Intervista di Marino Maurel, “Bobnic – La crida”, 24 febbraio 2017
http://izola.si/bobnic/2017-02/#p=19

Agata Tomšič è nata ad Isola da famiglia isolana. Ha fatto i primi studi in lingua italiana ad Isola e a Capodistria per poi intraprendere gli studi universitari a Bologna e a Venezia conseguendo la laurea magistrale in Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo. Contemporaneamente partecipa a corsi, stage e laboratori teatrali sul teatro moderno guidati dalle figure più significative del ramo nel panorama europeo. Arriva ad un importante tappa della sua maturazione artistica nel 2010 quando, assieme a Davide Sacco, esperto di elettroacustica, musica alternativa e regista fonda l’associazione ErosAntEros che si occupa di mettere in scena spettacoli multimediali e di avanguardia. Agata Tomšič vive e opera principalmente a Ravenna ma ormai la fama artistica la porta a collaborare con importanti istituzioni teatrali dell’Emilia Romagna e di altre regioni italiane. Tra i riconoscimenti ricevuti anche due primi premi e un secondo premio a Istria Nobilisisma.

1. Gli inizi dell’attività artistica si possono far risalire ad Isola alla frequenza del corso di danza moderna e del corso di pianoforte e teoria alla scuola di musica. Che ricordi ha di queste esperienze e quanto hanno inciso sulla strada che ha intrapreso?

Diciamo che si è trattato di esperienze che hanno nutrito la mia sensibilità sin da piccola, accompagnandomi nella crescita assieme alla passione per il disegno. La formazione che la scuola di musica mi ha dato è stata per me molto importante sia nel mio lavoro di dramaturg che come attrice. La composizione musicale non è poi tanto dissimile dalla composizione drammaturgica: il ritmo e l’armonia sono caratteri fondamentali anche per la creazione di uno spettacolo; dal punto di vista attoriale, invece, avere studiato musica mi ha aiutato a esplorare le mie capacità vocali nella loro relazione con la musica e il suono. Una mano allenata a fare bozzetti mi è risultata molto utile già durante i miei studi universitari, per divenire poi fondamentale durante le prime fasi di ideazione dei nostri progetti: quando si ha un’idea in testa, a volte è più facile abbozzarla su carta che spiegarla a parole. La danza, invece, mi ha avvantaggiato nel mio lavoro sul corpo, sopratutto negli ultimi anni quando, attraverso la relazione con l’Odin Teatret ci siamo avvicinati anche a un teatro più fisico.

2. Come è arrivato l’amore per il teatro?

Il teatro è arrivato da adolescente, quando indecisa se continuare gli studi musicali o di belle arti, abbandonai entrambi e iniziai a frequentare dei laboratori teatrali per gioco, fino a convincermi che era quella la cosa che più di ogni altra desideravo fare. Ma dato che sentivo che del teatro sapevo troppo poco, finito il ginnasio a Capodistria mi sono iscritta al DAMS di Bologna e lì mi s’è aperto un universo intero: non solo quello della storia e delle discipline teatrali, ma anche quello del teatro contemporaneo, che mi ha subito rapita attraverso visioni, laboratori e letture.

3. Incominciamo dal Premio Raniero Brumini, all’ultima edizione del Concorso d’Arte e Cultura “Istria Nobilissima” con Come le lucciole, un testo rappresentato dalla sua compagnia che ha avuto buona rispondenza di critica e di pubblico…

Si tratta di uno spettacolo particolare che ovunque lo portiamo suscita stupore tra gli spettatori e stimola il dialogo tra gli operatori del settore. Siamo molto contenti della risposta che ha avuto e ci auguriamo di farlo girare ancora, anche perché si tratta di un lavoro che riflette in maniera diretta e partecipata sulla situazione del teatro e più in generale dell’arte nella società di oggi, una riflessione che ci sembra più che mai necessaria in questi tempi, in cui spesso certa politica preferisce mantenere nell’ignoranza i propri cittadini…

4. Potrebbe spiegare ai nostri lettori qual è la caratteristica comune a tutte le vostre performances?

I nostri spettacoli sono tutti molto diversi tra loro, poiché in ognuno di essi affrontiamo temi differenti e ci mettiamo alla prova con sfide differenti. Sicuramente in tutti si può riconoscere un gusto estetico ben preciso, che influenza le forme che creiamo e le contraddistingue nella loro diversità. Per quel che riguarda invece i contenuti dei nostri spettacoli, potrei affermare che negli ultimi anni abbiamo prediletto argomenti più esplicitamente politici, ma si tratta di una regola che in futuro potremmo infrangere: è come si affrontano gli argomenti o i testi trattati, che rende uno spettacolo più o meno politico.

5. Quindi, attraverso diverse modalità comunicative (la recitazione, la musica, la danza, i suoni, i colori), avete sempre presente un preciso messaggio da trasmettere, magari con la partecipazione attiva del pubblico, come succede spesso? In quest’ottica, il ruolo del teatro è quello delle origini?

Più che un messaggio, vogliamo stimolare gli spettatori a riflettere assieme a noi su delle questioni che ci sembrano importanti. La modalità con cui lo facciamo è più o meno esplicita a seconda dello spettacolo, dalla sua forma e dal tipo di relazione che in esso instaura con gli spettatori. Abbiamo sperimentato l’interazione con il pubblico in Come le lucciole, perché è stato per noi l’unico modo per affrontare sinceramente il tema che stavamo indagando, ovvero il rapporto tra artista e società, ma non è detto che in spettacoli futuri la sperimenteremo ancora.

6. Dove sta andando il teatro contemporaneo?

Il teatro contemporaneo vive una vivacità di forme sorprendente, per cui è difficile per me tracciarne una linea precisa. Sicuramente negli ultimi anni lo spettatore è tornato al centro della riflessione di molto teatro e la formazione del pubblico sta diventando un argomento, che per fortuna interessa sempre più operatori culturali. Mi sembra un fenomeno positivo, anche se in realtà è sintomatico di un pericolo… Molto teatro di ricerca, negli ultimi decenni, ha rischiato di ricadere nell’autoreferenzialità a causa di politiche culturali poco coraggiose, e si tratta di problematiche che chi si occupa di teatro oggi deve, a mio avviso, avere ben presenti. Penso che il teatro sia ancora un linguaggio che può e deve parlare al nostro presente, ma per farlo ha bisogno di persone appassionate, disposte a investire in esso la propria vita e di investimenti economici adeguati, altrimenti non può che finire relegato nell’elitarismo o nell’amatorialità.

7. Si è esibita anche davanti al pubblico isolano. Pensa di portare ancora i suoi lavori ad Isola e nella regione?

Spero proprio di sì! Oltre alla CAN di Isola, siamo stati ospiti anche della CAN di Capodistria, e con entrambe si è creato un bel rapporto che continuiamo a nutrire con piacere quando veniamo da queste parti. E ci piacerebbe collaborare presto anche con il Dramma Italiano di Fiume… Abbiamo da poco debuttato con un nuovo spettacolo per Emilia Romagna Teatro, uno dei teatri nazionali più importanti d’Italia e ci piacerebbe molto poter instaurare un rapporto simile anche con la compagnia italiana più importante “d’oltre il confine”.

8. Quali sono le maggiori soddisfazioni personali che trae dalla sua attività?

I momenti più belli per me sono quando alla fine dello spettacolo gli spettatori mi aspettano all’uscita dai camerini per condividere con me le loro sensazioni o semplicemente per salutarmi di persona… Ogni volta si tratta per me di un dono immenso: dopo aver passato due ore sul palco, con le luci piantate negli occhi a guardarli cercando invano di vederne le reazioni e lavorando nella massima concentrazione per proseguire con precisione la mia partitura attoriale, appena finito lo spettacolo sono ancora stordita dall’adrenalina e fragile, e quelle presenze, strette di mano, abbracci, sorrisi, sono per me balsamo preziosissimo, tanto più perché inaspettati, “non dovuti”.

9. Come si arriva a livelli così alti?

Con determinazione, coraggio, ma sopratutto lavoro, lavoro, lavoro. Anche per questioni etiche, non credo nella genialità, ma amo pensare che attraverso il duro lavoro e la perseveranza si possa raggiungere qualsiasi cosa: ciò che cambia è al massimo il tempo che ci si impiega per arrivarci. Le sconfitte sono molte più dei successi, ma sono più importanti perché da esse si impara; l’importante è non mollare mai, qualsiasi cosa accada. E l’altra grande verità è che in ambito artistico non “si arriva” mai: i traguardi si evolvono di continuo, per cui non mi sentirei di dire che “siamo arrivati”: oggi siamo qui, ma domani vogliamo già essere un po’ più in là, e dopodomani più in là ancora. Se stessimo fermi, smetteremmo di fare il nostro lavoro.

10. Con tutti gli impegni, riesce a mantenere rapporti con l’ambiente isolano e della comunità italiana?

Chi ne risente di più sono le relazioni personali, ma questo vale a Isola, a Ravenna e ovunque. Negli ultimi anni ho cercato di riavvicinarmi alle mie terre natie curando i rapporti con le comunità italiane e le istituzioni culturali che credo possano essere interessate a entrare in dialogo con il mio lavoro. Questo perché, dopo tanti anni di studio e lavoro in Italia, ho iniziato a desiderare di portare il mio teatro anche in Istria, sperando di trovare il modo di tracciare dei ponti tra la mia attività in Emilia-Romagna e i territori in cui sono cresciuta. Si tratta anche di un modo di ringraziare questi luoghi e le persone che li abitano, e al contempo di dare loro la possibilità di confrontarsi con il teatro contemporaneo europeo. Si tratta di una relazione molto importante per me e che mi auguro sia destinata crescere sempre di più nel tempo.