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Intervista ad Agata Tomsic su “La Voce del Popolo” per il Premio “Istria Nobilissima” 2016

L’ARTE E IL SUO RAPPORTO CON LA SOCIETÀ ODIERNA
Intervista di Gianfranco Miksa, “La Voce del Popolo”, 14 dicembre 2016
http://editfiume.com/lavoce/cultura/21859-l-arte-e-il-suo-rapporto-con-la-societ-odierna

ISOLA
S’intitola “Come le lucciole”, l’opera della giovane drammaturga isolana Agata Tomšič, primo premio nella categoria Teatro – Premio Raniero Brumini, all’ultima edizione del Concorso d’Arte e Cultura “Istria Nobilissima”. La giuria ha definito il lavoro dell’artista “un’intelligente riflessione sul teatro che riesce sia a discorrere sul senso del teatro oggi che a sollecitare una riflessione civile”. Per Agata Tomšič, che, assieme a Davide Sacco, ha fondato la compagnia di arti  performative “ErosAntEros” con sede a Ravenna, non è la prima volta che partecipa al concorso promosso da UI-UPT. L’aveva già fatto nel 2012 con “Nympha, mane!”, nella categoria Testi teatrali, e poi nel 2015 con “Chi è? Da dove viene? Dove l’ho incontrata prima? Studio della parabola mitologica di Ninfa attraverso secoli di sopravvivenze in filosofia, storia dell’arte e psicologia”, nella sezione Saggi di argomento umanistico e scientifico. In entrambi i casi aveva vinto il primo
premio. In occasione di quest’ultimo importante riconoscimento, l’abbiamo interpellata per un’intervista.

QUAL’È IL RUOLO DELL’ARTISTA?
Il testo premiato nasce come tentativo di restituire sulla carta la scrittura scenica dello spettacolo “Come le lucciole” di ErosAntEros, che in seguito a diverse residenze e trasformazioni, ha debuttato nella sua forma definitiva a dicembre 2015 e di cui ho curato la drammaturgia. Con Davide Sacco abbiamo iniziato a lavorarci a fine 2012, quando dopo alcuni primi lavori teatrali maggiormente orientati verso la sperimentazione visiva, ci siamo interrogati sul nostro fare artistico e sul nostro rapporto con la società che ci circonda, trasformando la domanda sul ruolo e l’utilità dell’artista per la società contemporanea in un nuovo progetto artistico.
Abbiamo iniziato ponendo questa stessa domanda ad alcuni artisti e studiosi che prima di noi avevano riflettuto su questo argomento, lasciando che la drammaturgia nascesse in maniera naturale dal lavoro in sala prove, dagli incontri e le connessioni inaspettate che tra noi e questi autori si innescavano sulla scena. Quello che ne è scaturito non è una vera e propria storia, bensì un luogo abitato da determinate figure, che assieme agli spettatori presenti in sala pongono e si pongono delle domande, riflettendo collettivamente sull’importanza dell’arte nella società in cui viviamo.

LA SCOMPARSA DI UN MESTIERE
I nostri numi in questo viaggio sono stati Pier Paolo Pasolini e Georges Didi-Huberman: il tema della “scomparsa delle lucciole” di Pasolini è stato per noi la metafora per parlare della scomparsa di un mestiere, o meglio, di un ruolo sociale, quello dell’artista; a Didi-Huberman abbiamo rubato il titolo del saggio “Come le lucciole” e l’idea, a sua volta presa da Walter Benjamin, che le immagini possano farsi artefici di sovvertimenti e rivoluzioni, sfruttando la potenza del passato per costruire ciò che ancora sarà. In questo modo, la visione negativa di Pasolini è stata ribaltata attraverso il filtro di Didi-Huberman, mutando in un invito a trasformare la società mediante la forza soverchiante dell’immaginazione.
Ma questi non sono gli unici autori che abbiamo attinto. Assieme a loro danzano all’interno della nostra drammaturgia scenica anche Antonin Artaud, Julian Beck, Leo de Berardinis, Albert Camus, Tonino Guerra e Andrej Tarkovskij, David Lynch, Luigi Pirandello. I loro testi sono stati rielaborate e montati all’interno di una forma inedita, seguendo un modello di lavoro simile a quello che avevo sperimentato per comporre il testo di “Nympha, mane!” (premio Istria Nobilissima 2012) e che negli ultimi anni ho avuto modo di analizzare e concettualizzare sotto il nome di “metodo atlantico” in diversi scritti teorici.

QUALE SFIDA DI È IMPOSTA PER LA REALIZZAZIONE DEL TESTO?
La sfida che io e Davide ci siamo posti quando abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto era di riuscire a riflettere assieme agli spettatori su cosa significa fare teatro e cultura oggi, sia dal punto di vista di chi sta in scena, che di colui che osserva in sala, creando una forma inedita, che invece di sottomettersi alla tradizionale divisione tra spazio scenico e platea, includesse all’interno del proprio spazio d’azione anche lo spazio degli spettatori, invitandoli a seguire le evoluzioni drammaturgiche dell’argomento indagato in maniera fluida e partecipe. Nello spettacolo è lo sguardo dello spettatore a decidere dove e quanto soffermarsi all’interno dello spazio della performance e sta sempre all’occhio di colui che guarda dare significato a ciò che vede attraverso il montaggio del percepito con la propria esperienza. Quando lo spettatore entra in sala i fantasmi generati dalla domanda sull’artista nella società contemporanea appaiono negli angoli, ai lati e al centro della stanza che lo ospita, evocati dai corpi e dalle voci dei performer che in quel momento interagiscono con lui e con gli altri elementi scenici dello spettacolo.
Restituire sulla carta questa situazione in cui diversi linguaggi scenici vengono agiti simultaneamente e si compenetrano tra di loro, non è stato per niente facile, ma ho voluto provarci lo stesso e sono molto contenta che anche stavolta la giuria del Premio “Istria nobilissima” abbia dimostrato di saper cogliere la sperimentazione teatrale che porto avanti da diversi anni.

SECONDO LEI, QUALE SIGNIFICATO O FUNZIONE DEVE AVERE IL TEATRO OGGI?
Il teatro è sempre stato specchio del mondo e penso che debba continuare ad esserlo.
Purtroppo non ricopre ormai da tempo quel ruolo centrale che ha mantenuto per secoli all’interno della società, ma credo che il suo odierno ruolo marginale possa trasformarsi in terreno fertile su cui far crescere linguaggi nuovi in grado di parlare al presente. E molto del teatro più sperimentale dell’ultimo secolo ha lavorato proprio in questa direzione. Credo che il teatro sia ancora un luogo che attraverso il gioco e lo stravolgimento della realtà invita a profonde riflessioni, sia su noi stessi che sul mondo che ci circonda.

TEATRO POLITICO O BRECHTIANO
È proprio questa sua capacità, grazie alla quale è rimasto per secoli al centro della polis, a renderlo ancora oggi uno strumento in grado di smascherare i falsi valori e le ingiustizie, e di trasformare il pensiero in azione proiettandoci verso il futuro. Da quando con ErosAntEros abbiamo iniziato a prendere coscienza di queste sue potenzialità, le modalità di lavoro e i temi che affrontiamo nei nostri spettacoli sono cambiati. C’è chi, analizzando i nostri ultimi lavori, ha parlato di nuovo teatro politico o di teatro brechtiano. Accettiamo con gioia entrambe le definizioni; Brecht è un nostro grande maestro e la connotazione politico non ci fa paura, anche se in realtà l’obbiettivo che ci poniamo oggi è semplicemente “agganciare il teatro alla vita e fare dell’immaginazione un’arma per trasformare la realtà”.
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