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Intervista di Bologna Teatri a ErosAntEros, Bologna Teatri, 20 febbraio 2018

1917, UN QUARTETTO PER RIVOLUZIONARI. INTERVISTA A EROSANTEROS
Ilaria Cecchinato, Ornella Giua, Sofia Longhini, “Bologna Teatri”, 20 febbraio 2018
http://www.bolognateatri.net/2018/02/20/1917-un-quartetto-per-rivoluzionari-intervista-a-erosanteros/

Sul palco, accompagnate dalle note di Šostakovič, echeggiano parole di poeti e intellettuali rivoluzionari: da Majakovskij a Esenin, da Pasternak a Block e molti alti. A far risuonare i loro pensieri, vigorosi e utopici, la voce straniata di una grottesca figura dall’abito geometrico che si muove sopra delle casse di legno bianche con su scritto i nomi dei grandi rivoluzionari. Così ErosAntEros racconta la rivoluzione russa in 1917, spettacolo andato in scena all’Arena del Sole il 23 e il 24 gennaio. Abbiamo incontrato Agata Tomsic, fondatrice della compagnia insieme a Davide Sacco e unica attrice in scena, che ci ha raccontato cosa ha significato confrontarsi con il tema della rivoluzione, in questo e in altri precedenti lavori.

Lo spettacolo nasce come produzione di Ravenna Festival, che ha dedicato parte della programmazione del 2017 al centenario della rivoluzione russa. Cosa ha significato per voi fare uno spettacolo su questa ricorrenza?

È una domanda interessante. Ci siamo accorti che negli ultimi anni il tema della rivoluzione è tornato in diversi nostri lavori, come nello spettacolo Allarmi! (2016) che raccontava una rivoluzione di estrema destra incapace di sovvertire il potere, rimanendo incompiuta; così anche in un altro lavoro precedente, Come le lucciole (2013), in cui abbiamo riflettuto sul rapporto fra artista e società. In quell’occasione abbiamo lavorato sulla possibilità, attraverso l’arte e il rapporto con gli spettatori, di attuare un cambiamento attraverso l’immaginazione, facendo nostre le parole del saggio Come le lucciole. Una politica della sopravvivenza (2010) di George Didi-Huberman, da cui prese il nome lo spettacolo stesso. Quando poi la direzione artistica di Ravenna Festival ci ha proposto uno spettacolo sulla rivoluzione del 1917 in forma musicale, ci è sembrata l’occasione giusta per sviluppare e approfondire un tema che ci interessava già da tempo. Inoltre, anche nei prossimi progetti, ancora in fase di costruzione, il tema della rivoluzione farà da sfondo ai temi politici e sociali che tratteremo, fra questi probabilmente il ’68 italiano.

In questo particolare spettacolo, quali elementi vi hanno ispirato per la modalità recitativa, ci riferiamo in particolare all’impostazione vocale, e per la scelta dei costumi?

1917 nasce innanzitutto come progetto musicale, in cui l’interazione fra voce e suono è sottoposta a ricerca e analisi. Ci interessava dunque sperimentare gli aspetti a tratti stranianti di quel particolare uso della voce. Per quanto riguarda la costruzione complessiva dello spettacolo abbiamo tratto ispirazione dalle correnti artistiche dell’epoca, come il laboratorio teatrale di Mejerchol’d e i suoi collaboratori degli anni ‘10 e primi anni ’20, lavorando su aspetti della commedia dell’arte che hanno influenzato la biomeccanica. Il periodo storico in questione è caratterizzato da un’esplosione di proposte artistiche in rottura col passato: da ciò abbiamo attinto anche per quanto riguarda la scelta dei costumi, che si rifanno soprattutto alle arti visive dell’epoca, come il costruttivismo. Ci siamo lasciati suggestionare da questi elementi non solo per lavorare sulla mia presenza fisica in scena, ma anche per quanto riguarda i video sullo sfondo [...].

Come avete pensato il connubio di poesia e musica?

Con progetti più piccoli, in passato avevamo già sperimentato l’interazione fra voce e suono, con l’intento di costruire una partitura nuova, in cui il rapporto fra voce e musica fosse continuo.
In questo caso, ci siamo messi alla prova con la musica dal vivo eseguita dal Quartetto Nous, lavorando sul Quartetto numero 8 di Šostakovič, che si contrappone fortemente alle parole in scena, cariche di entusiasmo, gioia e utopia.
Lo stesso autore l’aveva dedicato alle vittime dei fascismi, delle guerre e probabilmente anche al controverso rapporto che lui stesso aveva con Stalin.
Davide Sacco ha operato con la musica in maniera simile a come io ho lavorato con i testi: mentre io mi concentravo sugli autori con l’aiuto del professor Fausto Malcovati, tagliandoli e assemblandoli in un racconto, allo stesso modo Davide ha rimontato il Quartetto numero 8 in base alle parole, dilatando gli originali venti minuti in ottanta. Per noi è stato un onore lavorare con dei musicisti di altissimo livello come il Quartetto Nous che, oltre ad averci accompagnato musicalmente, si sono prestati a farci da coro e addirittura a farsi “sparare” in scena.

Che differenza c’è fra i rivoluzionari del passato che portate in scena con 1917 e quelli contemporanei che avete rappresentato in Allarmi!?

Per noi Vittoria, la rivoluzionaria di Allarmi, è innanzitutto una vittima della società. È un soggetto che si associa a un movimento rivoluzionario di estrema destra un po’ per solitudine, un po’ perché le è difficile inserirsi nel mondo del lavoro o ha bisogno di relazioni sociali più concrete. Noi tutti condividiamo con lei i problemi della società odierna. Quello che succede in scena potrebbe essere frutto della sua immaginazione: d’altra parte, lei non aderisce ad un movimento ma si fa adescare sui social.
Anche i poeti portati in scena in 1917, sebbene non presenti sul palco ma solo evocati, sono stati vittime del loro periodo storico: sono morti quasi tutti giovanissimi per omicidi politici o suicidi. Tuttavia, loro avevano scelto a chi e per cosa prestare la loro penna.

Allora, oggi, esiste un’esigenza di rivoluzione e in che termini? Portare uno spettacolo sulla rivoluzione risponde secondo voi a un’esigenza sociale?

Questa è una domanda che ci poniamo insieme agli spettatori. Con 1917 ci siamo lasciati suggestionare da Walter Benjamin, secondo cui la citazione di un evento passato è utile all’uomo per leggere il mondo con occhi diversi, per realizzarsi nel presente e costruirsi un futuro. Far nostre le parole di questi autori che hanno aderito all’utopia di un mondo più bello, uguale e libero per tutti, significa condividere con gli spettatori la possibilità di costruire un mondo «bellissimo», come dice Blok. È come risvegliare un modo di pensare di cui non conosciamo la realizzazione effettiva, ma che proponiamo come domanda aperta.

Seguendo questo tema, secondo voi il teatro ha bisogno di una rivoluzione al suo interno?

Domanda difficilissima! Parlando del nostro teatro, sicuramente ogni spettacolo è un modo per sperimentare nuove vie e rimettersi alla prova. In ogni lavoro, dunque, è in atto una piccola rivoluzione che riguarda la costruzione di un nuovo linguaggio. A differenza di molti nostri coetanei, siamo molto legati a figure del passato o a maestri viventi. Certo, il teatro ha bisogno di rivoluzione, ma non so se siamo d’accordo con i futuristi russi che proponevano di cancellare tutto, pur trattandosi chiaramente di una provocazione. Forse, siamo più vicini al pensiero di Mejerchol’d che voleva farsi ispirare dal passato per costruire un linguaggio nuovo.