TF_EF_Web_03_BN_ConiglioGira

Lorenzo Donati su asprakounelia (Treno Fantasma), Lo Straniero n. 126/127, dicembre 2010 / gennaio 2011

Estratto da: RADIO, CALCIO, TEATRO IN UNA “FINALE DEL MONDO”
Lorenzo Donati, Lo Straniero n. 126/127, dicembre 2010 / gennaio 2011

… Per provare a porci domande radiofoniche osservando il panorama teatrale esistente possiamo guardare alla “dimensione radiofonica nascosta” di alcune opere teatrali, in particolare a chi sceglie di indagare la dimensione uditiva come fonte primaria di un discorso drammaturgico che a tratti deve fare a meno della vista, proprio come se si trattasse del celebre “teatro per ciechi”, definizione delle origini del radiodramma. Non chi lavora sul suono e sulla voce con una particolare attenzione alla phonè, ma chi ritiene di dovere fare a meno della vista per porre domande nuove a chi guarda. In questo campo, non basta solamente “eliminare”, ma occorre concentrarsi su uno specifico uditivo: non si tratta quindi di concepire un ascoltatore in grado di “completare con la sua fantasia quello che manca”, come già ammoniva Rudolph Arnheim nel suo “classico” La radio, l’arte dell’ascolto (1933), ma di ritenere completi suono e ascolto, chiedendo lo stesso a chi ne fruisce. Così è per Teatro Anatomico Infantile di Chiara Guidi e Scott Gibbons, presentato nel 2009 al festival di Santarcangelo. Si era di fronte a una porta chiusa, in una piazzetta del paese. Dentro, un gruppo di bambini alle prese con un mondo di cui ci era negata la vista. L’incontro con una pianta, con un tacchino che si metteva a dialogare con i bimbi, venivano a noi rimandati in forma di suoni provenienti da un altrove invisibile, un mondo che procedere per logiche differenti dalle nostre e al quale si può solo credere o non credere: non c’è mediazione possibile, o si è dentro o si sta fuori, e da fuori si ascolta. Dentro/fuori, a ben vedere, potrebbe essere il nodo sul quale insistere, in tempi di patine e superfici. In South di Fanny & Alexander, opera del ciclo sul Mago di Oz che ha debuttato nel 2009, dopo una prima parte “visibile” occupata dalla presenza di Dorothy, l’attrice Fiorenza Menni, si abbassano le luci e lo spettacolo per quaranta minuti non si vede più. Il suono è a tratti mimetico, e ci porta al fianco di Dorothy in strade deserte o al centro di piazze affollate, a tratti si fa astratto, seguendo le ritmiche di un ensemble di percussionisti. Il gruppo di Ravenna spinge gli spettatori a guardare non più fuori ma dentro, “pilotando” alcune percezioni ma poi lasciandoti solo, come a un bivio in cui la responsabilità di ciò che accadrà è solo la tua, vale a dire della capacità di chi ascolta di creare un mondo. Altri ravennati sono i giovani ErosAntEros (Davide Sacco e Agata Tomsic), di cui asprakounelia (Treno Fantasma) è l’opera prima. Qui ci troviamo in una stretta tribuna che pare un piccolo vagone ferroviario, in cui udiamo le voci di Presley e Haley fratello e sorella bambini ripresi dalla penna di Philip Ridley. Le loro ossessioni, l’irruzione dell’enigmatico Cosmo Disney, i loro sogni inquinati arrivano a noi solo in audio, perché dentro è tutto buio. È come se fossimo nella mente dei due bambini: là dentro l’infanzia non finisce e non “cresce”, è una mente che solo per subitanei momenti “manifesta” frammenti di visioni distorte (una luce intermittente mostra lacerti di corpi, surreali danze su canette infantili, numeri freak in cui l’ospite mangia scarafaggi). Pieni di “io” che non fanno mai i conti con il pudore dell’interiorità, manipolati e spinti a proiettarci nelle superfici delle figure massmediali, queste proposte teatrali si affidano alla sfera uditiva e indicano una via che ci obbliga a domandarci “chi siamo” noi di fronte all’opera, e anche dove siamo, dache punto stiamo partecipando. Si tratta di tre esempi crediamo significativi per avvicinarci a ciò che stiamo cercando, ma il panorama è vasto e in buona parte ancora da esplorare. …