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Intervista di Elettra Stamboulis a ErosAntEros su LIBIA, “roots§routes”, 15 novembre 2022

Se anche il fumetto di realtà diventa transmediale. Un dialogo sulla pièce teatrale da “Libia” di Francesca Mannocchi e Gianluca Costantini
Elettra Stamboulis, “roots§routes”, 15 novembre 2022
https://www.roots-routes.org/se-anche-il-fumetto-di-realta-diventa-transmediale-un-dialogo-sulla-piece-teatrale-da-libia-di-francesca-mannocchi-e-gianluca-costantini-di-elettra-stamboulis/

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Le storie messe in scena dalla compagnia ErosAntEros tratte da Libia di Mannocchi – Costantini hanno l’urgenza della vita vera, che ovviamente è presente in tutte le opere che ho menzionato, ma che qui acquisiscono lo schiaffo di non avere mediazioni narratologiche che ne scompongono le parti, si inseriscono per interrompere il flusso di una testimonianza. Se nel lavoro di Francesca Mannocchi come giornalista, di Gianluca Costantini come artista e attivista, è chiara l’intenzione di dare la voce a chi non ce l’ha, farsi microfono e matita di chi diversamente non lascerebbe traccia, il portare sul palco del teatro, arcaico luogo sacrale della cultura occidentale, luogo in cui la comunità cerca catarsi, ErosAntEros non permettono al pubblico di alzarsi sollevati. 

Anche se ci sono diverse esperienze di trasposizione o transmedialità di fumetto in teatro, la vostra produzione è tra le prime italiane a portare il Graphic Journalism sul palco. Vi siete ispirati ad altre esperienze o l’avete trattato senza porvi il problema delle premesse?

In realtà non ci siamo posti questo problema. Quando è uscito il libro di Gianluca Costantini e Francesca Mannocchi lo abbiamo letto e siamo rimasti colpiti dalla forza e dalla semplicità con cui affrontava temi complessi che noi stessi, prima di leggerlo, conoscevamo soltanto superficialmente. Abbiamo quindi subito contattato Gianluca e gli abbiamo chiesto se potevamo trasformarlo nel nostro linguaggio teatrale, un po’ come aveva fatto lui quando aveva chiesto a Francesca se poteva trasformare in un’opera di graphic journalism i suoi reportage.

La distanza tra fumetto e teatro è evidente: il fumetto è spazio, il teatro è tempo. Tuttavia sono due arti che si attraggono irresistibilmente. Come avete affrontato questa distanza  e questa sfida?

Rispetto ad altri nostri lavori, nel creare lo spettacolo LIBIA, abbiamo cercato di “tirarci indietro” per restituire sulla scena attraverso il nostro linguaggio teatrale – composto in questo caso di voci, suono e video – l’opera di giornalismo a fumetti da cui siamo partiti. Per prima cosa abbiamo invitato il musicista Bruno Dorella a condividere con noi il progetto, creando le musiche originali dello spettacolo e costruendo insieme a noi delle vere e proprie partiture tra voce e suono, che hanno dato volume e tempo alle parole del libro. Dopodiché, abbiamo chiesto a Michele Febbraio e Majid Bita, di animare sulle tracce audio da noi costruite i disegni di Gianluca. Si è trattato di un lavoro lungo e meticoloso, quasi una “sonorizzazione al contrario”, creata in stretto rapporto con Davide, che ha dilatato i disegni di Gianluca nel tempo e nello spazio della scena che avevamo immaginato.

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