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Intervento di Davide Sacco all’Assemblea aperta dei teatri e della danza di Altre Velocità . 27 aprile 2020

In seguito alle richieste di alcuni colleghi di prendere visione dell’intervento di Davide Sacco all’Assemblea aperta dei teatri e della danza. Il futuro non viene da sé, organizzata da Altre Velocità lo scorso 27 aprile, abbiamo deciso di pubblicare di seguito l’intervento.

Prima di tutto devo dirvi che abbiamo apprezzato molto l’idea di questa assemblea che per contenuti è molto vicina a quello che abbiamo deciso per l’edizione di quest’anno del festival che da qualche anno realizziamo a Ravenna in maggio, POLIS Teatro Festival.

E arrivo al mio intervento.
Sono convinto, non da oggi, che le cattive pratiche che ammorbano il nostro piccolo mondo del teatro, siano esattamente lo specchio di quelle del grande mondo in cui ci tocca vivere, che stanno arrivando a devastare l’intera società umana e il pianeta stesso, dovute al sistema economico turbocapitalista globale e a tutto ciò che ne consegue.

Cerco di non prenderla troppo larga e arrivo subito a enunciare qualche cattiva pratica che credo dovremmo far sparire dal piccolo mondo del teatro:
1. la gestione della cosa pubblica (ad esempio la direzione di un teatro), ma anche la gestione di progetti affini (una rassegna, un premio, una rivista), allo scopo di raggiungere o consolidare una, per quanto piccola, personale posizione di potere;
2. la crescita di realtà a scapito di giovani inconsapevoli che vengono di fatto sfruttati in vari modi;
3. il non rispetto per il lavoro e la professionalità, a tutti i livelli, sopratutto per chi il teatro lo fa;
4. lo sfruttamento della propria posizione di potere per arrivare impuniti allo svilimento e fino all’abuso anche fisico di altre persone;
5. la preselezione di fatto degli artisti, date le condizioni, tra le fasce sociali di chi se lo può permettere.

Ad ogni modo, credo che in un momento come questo sia importante – come altri prima di me hanno detto – cercare un noi largo, che abbracci perlomeno ogni persona che dedica la propria esistenza al teatro, per allargarsi verso il fuori, a chi ama questo teatro, e quindi verso il grande noi. Credo che noi dovremmo spazzare via dal nostro piccolo mondo e dal orizzonte ogni dinamica di POTERE e respingere le semplicistiche valutazioni NUMERICHE ed ECONOMICHE del nostro lavoro.
Nella grande incertezza, non mi sento di proporre una ricetta per il futuro, ma voglio dire che da tempo soffro molto il fatto di sentire che il sistema mi costringe, in quanto artista indipendente, ad operare da imprenditore piuttosto che da artista.

Prima soluzione problematica.
A volte penso che sarebbe meglio smettere di disperdere tutte queste energie ed economie (e ci si torna), in una miriade di piccolissime strutture e invece fare in modo di affidarsi a strutture pubbliche che sostengano ciascuna il lavoro di un numero quanto più folto ed eterogeneo di artisti. In sostanza, ogni teatro avrebbe un folto numero di artisti associati, scelti per forza di cose dalla direzione (e qui torna il problema, il rischio, della dinamica di potere). Allo stesso tempo, è chiaro che questo vorrebbe dire far sparire tante piccole, medie (e anche grandi) realtà che attualmente spessissimo sono cosa sola con il nucleo artistico che rappresentano e che spesso le ha fondate. E si andrebbe a concentrare ancora più potere nelle mani delle direzioni, che ad oggi spesso operano in conflitto di interessi. Inoltre, sarebbe fondamentale che queste strutture pensassero davvero agli artisti, agli spettatori e ai territori e non al mantenimento di se stesse.

Alternativa?
L’alternativa che stiamo provando a mettere in pratica da anni, è costruire tante piccole realtà indipendenti. Ma nei fatti ci accorgiamo che ci è richiesto uno sforzo sovrumano in termini di lavoro amministrativo e organizzativo. Nei fatti gli artisti che provano a resistere in percorsi di indipendenza si trovano a ricoprire decine di ruoli e a lavorare 365 giorni l’anno su fronti che non dovrebbero nemmeno loro competere, in un continuo affanno che non può che finire per consumarli. È chiaro che se le economie (e ci torniamo, non c’è modo!) e gli spazi a disposizione (e mi riferisco anche agli spazi fisici. Qui a Ravenna ad esempio c’è una forte carenza di sale teatrali e noi come ErosAntEros non abbiamo ad oggi ancora alcun luogo in cui lavorare) fossero molto maggiori, e la burocrazia inferiore, allora queste piccole realtà, costituite da piccoli nuclei di artisti, potrebbero permettersi non solo un minimo di sostentamento, ma anche di investire su delle persone con le quali condividere il lavoro e il pane. Ma ad oggi, nei fatti, pare che non ci siano le condizioni per seguire la strada di quei gruppi formati 30-40 anni fa che hanno raggiunto oramai status differenti e che ci continuano a ripetere – anche con amore – di “fare come loro” non capendo che non è più possibile. Seconda proposta problematica, alternativa alla prima, quindi. Nessuna delle due pare funzionare.
Bisogna trovare soluzioni.

Prima di chiudere, propongo di mobilitarci subito (anche chi accede al FUS) per far eliminare il requisito delle 15 “rappresentazioni” per l’accesso al fondo per extra FUS. Secondo me proprio questo parametro del numero di “rappresentazioni” rappresenta il peggio del sistema attuale di ripartizione del FUS, a tutti i livelli. Diventa completamente assurdo se applicato a una misura destinata a realtà che non hanno accesso al FUS e che o cedono i loro C1 a strutture più grandi (tutte le strutture a tutti i livelli sono affamate di C1 nel tentativo disperato di arrivare agli assurdi parametrici numerici del FUS) o a causa del loro tipo di attività (laboratori, promozione della cultura teatrale, ricerca e lunghi periodi di lavoro in sala, magari in residenza, da nomadi) non hanno proprio nel loro orizzonte il collezionare C1. Questa è una battaglia che propongo a tutt* di portare avanti subito. Bisogna fare presto!

Infine, restando sul contingente: siamo stufi, esausti, di passare le giornate, dal 24 febbraio, a fare piani B, C, D, E, F, …Z e preferiremmo che qualcuno si prendesse la responsabilità di dirci che ogni forma di spettacolo dal vivo, anche all’aperto, non è praticabile fino a marzo 2021 (ad esempio). Con un reddito minimo (o un sistema di intermittenza, come in Francia) del quale in tanti hanno già parlato qui oggi e per il quale credo che valga assolutamente la pena lottare subito, in questo modo potremmo uscire da questa ansia e stare a casa anche un anno concentrati a studiare e lavorare per il futuro invece di sprecare il nostro tempo e le nostre energie come negli ultimi due mesi. Siete d’accordo?

E considerate che lo dico, mentre stiamo lavorando da un anno e mezzo a uno spettacolo, una coproduzione internazionale con attori da 5 Paesi d’Europa, che avrebbe dovuto debuttare questa estate in due importanti festival a giugno e a luglio. Perché intestardirci a spostare di un mese o due? È il ragionamento che abbiamo fatto anche riguardo a POLIS, che doveva tenersi in maggio e che prenderà una forma completamente diversa. Su questo siamo completamente d’accordo con quanto espresso a inizio assemblea da Lorenzo Donati.

Vi lascio con una breve citazione, un auspicio:
“Rifare tutto. Fare in modo che tutto diventi nuovo; che la nostra falsa, sporca, tediosa, mostruosa vita diventi una vita giusta, pulita, allegra, bellissima”, Aleksandr Blok.

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