CONFINI su “lelitteraire.com”, 25 luglio 2022
IL GIOCO DELLE OPPOSIZIONI
Didier Ayres, “lelitteraire.com”, 25 luglio 2022
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Uno dei principali piaceri della lettura di questo dramma di I. De Toffoli, almeno per quanto riguarda Confini, la terza parte della sua trilogia lussemburghese, si gioca sul confronto tra realtà e simboli.
Di conseguenza, ho creato delle coppie – basate su questo attrito tra realtà e finzione – che formano entità di significato, di cui il lettore ha il tempo di appropriarsi, a volte rimandando la lettura o tornando più volte sulla stessa riga, per esempio.
Si può facilmente immaginare uno spettacolo in cui si crei una dialettica, come in un’opera teatrale brechtiana, cioè in una forma di rappresentazione politica e sociale.
Riassumo quelle che io chiamo opposizioni, in particolare quelle che provengono dall’analisi cinematografica. La piccola storia/ la grande storia, il dettaglio/ il generale, il punctum/ la totalità, il primo piano/ il campo largo, il punto focale/ il dolly, il qui e ora/ il ieri o il domani, un piccolo paese/ l’Europa, il prima/ il dopo, la voce/ l’orchestra, la narrazione/ il mito, la poesia/ la prosa, il discorso quotidiano/ il discorso politico, l’avventura personale/ l’epopea. Ed è in questo scambio tra due valori che risiede l’interesse drammaturgico.
RICCARDO: …quando lui non viene da lì e dovrebbe piuttosto dire: «Parto per l’Italia». Sarà per sempre a cavallo tra una vita vissuta e una vita non vissuta, sognata, in uno spazio di mezzo. Avrà un’identità instabile. Per i lussemburghesi sarà sempre uno “sporco mangiatore di maccheroni” o di spaghetti, perché si dice così in Lussemburgo, “mangiatore di spaghetti”. Per i suoi parenti, la parte della famiglia che è rimasta in Italia, non sarà mai altro che uno straniero, uno in visita, uno nato lassù, e la gente per le strade di Forlì, Rimini, Ravenna, dirà: «D’in do vàl e Vost azènt ? E fa propi muri !».
Questa scissione permette al lettore di scivolare in questo intervallo, di vedere come la storia della costruzione europea si interseca con storie individuali che riguardano più o meno il destino dei lavoratori delle miniere del Granducato di Lussemburgo. Questi poveri italiani, soggetti a oppressione, spoliazione, sfruttamento, inclini al razzismo e a molte idee preconcette, sono trattati qui con decenza e amore.
Così, i discorsi politici (non so se autentici o riscritti dal drammaturgo) suonano come le canzoni del teatro di Brecht, cioè utili momenti di pausa che portano alla consapevolezza dei temi della lotta di classe. Sì, è un frammento della Storia, la storia dei lavoratori e della loro dignità.
DONNA DEL FUTURO 1: Grandi stabilimenti siderurgici e pozzi minerari sorsero improvvisamente dalle macerie delle piccole fucine e miniere della fine del XIX secolo, con strutture metalliche, sale di mattoni rossi e altiforni, che sputavano fuoco come le molteplici teste rettili di un mostro di tempi antichi.
Si oscilla tra il particolare e il generale, l’ho già detto. Ma c’è unità.
Una parola va spesa sulla qualità della scrittura, che va da Jules Verne a Gorky, non come stile letterario ma come orizzonte di attesa, ovvero la spiegazione della condizione operaia che si fonde con il Moloch di Metropolis di Lang.
È importante ricordare che questi giochi di opposizioni hanno un aspetto marxista. Possiamo infatti vedere chiaramente come il futuro in questa opera (che in esso sconfina nella fantascienza) anticipi la realtà sociale, le lotte, gli scontri e anche la sottomissione e l’acquiescenza della classe operaia.
In questo modo, i luoghi sono questioni politiche. Così, questi “confini” della memoria e la terra dell’esilio sono insieme orizzonti di attesa e di speranza, di filiazione e di creazione, luoghi in cui le anime dei protagonisti si incarnano per meglio lasciare una traccia nella Grande Storia che è sempre la storia dei potenti. Senza diventare un mimo di queste realtà grazie alla forza drammatica di questo testo.