Intervista di Breda Pahor ad Agata Tomšič, “Primorski dnevnik”, 29 luglio 2026
La mia utopia: avvicinare l’arte elevata a tutti i strati della società, “Primorski dnevnik”, 29 luglio 2026
Si è formata come attrice o come figura teatrale a tutto tondo, ma si dedica sempre più ad altre attività, come la regia e, nell’ultimo periodo, anche alla direzione di teatri e festival.
A volte mi chiedono se io sia più attrice, drammaturga, regista o manager: mi sento un’artista, una figura teatrale a 360 gradi. È una figura che forse negli ultimi decenni si è andata un po’ perdendo. Per me è stata un’esperienza preziosa che mi ha permesso di sperimentare molte idee, godendo di grande libertà. In un’organizzazione indipendente, da un lato vivi in condizioni molto precarie, lottando continuamente per ogni minimo contributo, ma dall’altro hai un’enorme libertà. La libertà di creare connessioni, la libertà di ospitare anche spettacoli provocatori o, d’altro canto, di sperimentare progetti capaci di instaurare legami tra i linguaggi del teatro contemporaneo e un determinato territorio. Questo mi sta particolarmente a cuore e spero che sarò in grado di svilupparlo anche qui. Si tratta di avvicinare le forme più elevate dell’arte contemporanea a tutti i livelli della società e della popolazione di un determinato luogo. È un’utopia che sto coltivando da 17 anni, da quando cioè mi occupo professionalmente di teatro contemporaneo.
Il suo ambito finora è stato principalmente il teatro contemporaneo, mentre il Mittelfest non è solo questo. Con quale visione assume la direzione artistica di questo festival?
Sono davvero felice di poter fare questo passo dopo 17 anni di lavoro in Italia e di tessitura di relazioni internazionali attraverso i miei progetti, sia come artista sia come organizzatrice, operando più vicino a casa. E questo all’interno di un’associazione di diversa natura. Prima parlavo dell’organizzazione indipendente che abbiamo fondato noi stessi, mentre a Cividale si tratta di un’istituzione di carattere pubblico. Ciò comporta responsabilità diverse e io, che sono ambiziosa sia come artista sia come organizzatrice, sono felice di avere l’opportunità di sperimentare qualcosa di nuovo. Sono consapevole dell’onere che ho verso la programmazione, poiché dovrò tenere conto anche di spettacoli più popolari, inserendo in cartellone elementi capaci di intercettare un numero maggiore di spettatori rispetto al passato. La vivo come una sfida per imparare e sperimentare qualcosa di nuovo. D’altra parte, intendo proseguire quanto fatto finora. Si tratta dell’utopia di cui parlavo prima: avvicinare la cosiddetta “arte elevata” a tutte le fasce della società e della popolazione. Non è un obiettivo che si raggiunge in un solo anno; magari occorreranno tre o perfino sei anni. Se lo vorremo da entrambe le parti, potremo avvicinare i linguaggi teatrali contemporanei al gusto del pubblico e a un cerchio più ampio di cittadini. La mia sfida sarà proprio questa: come far dialogare pubblici diversi e attirare nuove platee — magari più giovani, internazionali — nel lungo periodo. Sono molto entusiasta, ma il lavoro da fare è tanto e ne sono perfettamente consapevole.