Intervista di Luigi Colella ad Agata Tomšič su Materiale per Medea, 12 ottobre 2025
Intervista esclusiva ad Agata Tomšič su “Materiale per Medea” a Catanzaro
Luigi Colella, 12 ottobre 2025
Domenica 12 ottobre al Museo Marca di Catanzaro debutta in prima nazionale Materiale per Medea, nuova produzione di ErosAntEros. A interpretare la scrittura di Heiner Müller, filtrata attraverso la sua sensibilità e il lavoro multimediale del gruppo, è Agata Tomšič. Abbiamo raccolto le sue riflessioni a pochi giorni dalla prima.
D. Agata, partiamo dal titolo: “Materiale per Medea”. In che senso questa Medea è materiale, più che personaggio?
R. Heiner Müller ha composto tre monologhi attorno alla figura di Medea tra il 1949 e il 1982, portati in scena come un trittico anche da egli stesso. Il secondo di essi titola Materiale per Medea. Ho deciso di elevarlo a titolo del mio spettacolo, perché semanticamente li contiene tutti, e perché, questo titolo bene rispecchia la complessità e la voluta frammentarietà del testo, sia nel suo complesso che sulla singola pagina, che è anche ciò che di esso mi ha affascinato sin dal primo istante. Müller è un autore post-drammatico, scrive in versi, senza punteggiatura, montando simboli che provengono dalla storia della letteratura e dal mito, con le immagini più rudi e volgari della sua contemporaneità; rifugge la narrazione, la psicologia, la storia intesa in senso lineare, ed è questo a fare della sua Medea non un personaggio, ma un materiale che re-agisce con l’esperienza e l’inconscio di chi la guarda, o meglio, nel mio caso specifico, soprattutto di chi l’ascolta; in modo che, ogni singolo spettatore abbia la libertà di creare la sua personale figura di Medea, unica e diversa da tutte le altre, anche se nutrita e generata dallo stesso materiale.
D. La Medea che porti in scena non è più la donna che uccide i figli per vendetta, che donna è?
R. La mia Medea è una donna che si ribella al potere costituito, all’ordine patriarcale e al logos, liberandosi della sua posizione di donna, figlia, madre, all’interno della società. Lo fa in primis quando tradisce il padre e il fratello, abbandonando le terre natie con il conquistatore Giasone, che insegue per amore; poi, quando rifiuta il ruolo di cura della prole e di sottomissione al volere del marito, richiesto dal vincolo coniugale. La violenza a cui è stata sottoposta – per seguire Giasone e quando quest’ultimo decide di disfarsi di lei per lanciarsi verso nuove conquiste politiche ed erotiche – si riversa sulla scena sonora e visiva del mio spettacolo, incarnando varie metamorfosi del mito, del lamento, dell’urlo di guerra e di dolore, fino all’ultima parte in cui essa si pone sullo stesso piano degli spettatori, vittima e carnefice allo stesso tempo del mondo che abbiamo costruito e da cui apparentemente non abbiamo scampo.
D. In questo lavoro la partitura sonora e luminosa ha un ruolo centrale. Come dialogano il tuo corpo e la tua voce con il tessuto musicale di Matevž Kolenc?
R. La partitura sonora-vocale è stata costruita in stretto dialogo tra noi due. Sin dal primo momento, quando mi sono innamorata del testo di Müller e ho deciso di portarlo in scena, mi sono innamorata della musicalità della sua parola poetica e del significato ulteriore che essa portava quando veniva messa in corpo-voce, diventando per me immediatamente più comprensibile di quando la leggevo soltanto sulla carta. Con il compositore abbiamo iniziato proprio dalla mia lettura a tavolino e da alcune prime impressioni, spunti sonori e decisioni scenico-registiche, che gli ho lanciato. Già durante i primi giorni di lavoro nel suo studio a Lubiana, abbiamo quindi creato l’ossatura musicale e vocale dello spettacolo, decidendo su che tipo di atmosfere volevamo lavorare, quali strumenti musicali creare per la mia Medea e in che modo farglieli utilizzare dal vivo nello spettacolo. Questa struttura è poi evoluta durante le prove, arricchendosi di proposte da ambe le parti, fino a diventare il lavoro che presenteremo a Catanzaro e che vede nella dimensione sonora uno dei suoi elementi più importanti, anche per il lavoro particolare che abbiamo fatto sulla spazializzazione del suono e la collocazione degli spettatori all’interno di un dispositivo scenico-visivo-uditivo non convenzionale.
D. Müller scriveva in un’epoca segnata dalla Guerra Fredda e dalle macerie di Berlino. Quale nesso individui, oggi, che risuona nella tua Medea?
R. Trovo il testo di Müller estremamente attuale, non solo per i temi femminili e di genere di cui abbiamo già parlato (e che purtroppo ancora oggi non sono superati), ma anche per la dimensione di Medea di straniera, esule e barbara, nonché per la riflessione che essa comporta sul rapporto tra Occidente ed Oriente, che tanto aveva affascinato Pasolini e che il suo mito ancora oggi evoca fortemente. C’è poi, in particolare, la parte finale del testo, Paesaggio con Argonauti, che a mio parare più delle altre ha la capacità di parlarci e di farci riflettere profondamente sul nostro presente e sulle responsabilità che abbiamo come esseri umani di abitare il nostro tempo e il nostro Pianeta. Qui non è più Medea ad essere la protagonista, ma la voce di un Io conquistatore, colonizzatore, sfruttatore, che davanti alla rovina del mondo da lui stesso capitalizzato, si trova spaesato, incapace di reagire di fronte alla catastrofe che ha davanti agli occhi e di cui è inevitabilmente corresponsabile. Gli Argonauti, i primi esportatori della nostra democrazia ad oriente, i primi saccheggiatori e dissacratori di templi e culture altrui, in fondo siamo noi: millenni fa come oggi. Ed è questa l’inesauribile potenza del testo di Müller che ho deciso di portare in scena e che spero di riuscire a trasmettere agli spettatori.
D. Lo spettacolo debutta a Catanzaro, al Festival d’Autunno, e celebra anche i 15 anni di ErosAntEros. Che significato dai a questa tappa visto che gli spettacoli della Compagnia hanno calcato i palcoscenici dei maggiori teatri europei?
R. Si tratta di un anniversario particolare, doppio nel mio caso: 15 anni di ErosAntEros e 30 anni dalla morte di Heiner Müller. Per la prima volta, in questa occasione, sia io che Davide Sacco, con me cofondatore della compagnia a Ravenna nel 2010, abbiamo firmato due regie individuali. Un’importante novità: dopo 14 anni spettacoli di cui condividevamo l’ideazione, per la prima volta, quest’anno ci siamo esposti e proposti anche come artisti singoli. E nel mio caso, la mia Medea, mi vede non solo regista, ma anche interprete, coreografa, dramaturg, set designer, insieme a una squadra di fantastici collaboratori.
D. La Medea di Euripide, quella di Brecht e quella di Müller: tre immagini diverse. Qual è la tua personale Medea?
R. La mia Medea è una donna che si riappropria della propria femminilità e del proprio corpo, senza paura, per opporsi alle regole della società in cui vive, senza per questo perderli o trasformarsi in altro. È una strega che trasforma il dolore in musica, in poesia, sconcertante e violenta, a volte terrificante. È un’attrice che si dona completamente, si immola sul patibolo, per condividere la propria carne, il proprio dolore e farne un’opera d’arte.
D. Cosa speri che il pubblico porti a casa dopo aver visto Materiale per Medea?
R. L’unica cosa certa è che non voglio che resti indifferente. Durante il processo creativo di questo lavoro mi sono chiesta più volte come sarebbe stato recepito, se stavo andando nella direzione “giusta” (per quanto sono convinta che non ce ne sia una sola!), e a un certo punto ho capito che dovevo rimanere fedele a ciò che mi ha spinto a intraprendere questo lavoro, al mio amore per questo testo e al desiderio di attraversarlo con il mio corpo-voce, alla volontà di porre lo spettatore al suo interno, in tutti i sensi.