Intervista di Simona Maria Frigerio a ErosAntEros . 9 maggio 2020
PARLANO QUELLI CHE IL TEATRO LO FANNO
Simona Maria Frigerio, “The Black Coffee”, 9 maggio 2020
http://www.theblackcoffee.eu/parlano-quelli-che-il-teatro-lo-fanno-terza-parte/
In questo periodo di stop forzato dell’attività su quali strumenti, a livello di ammortizzatori sociali (cassa integrazione, bonus per le Partite Iva, eventuale sospensione del pagamento di affitti e/o mutui relativamente alle strutture lavorative occupate, etc.), potete fare affidamento?
Nel nostro caso, per una serie di circostanze, ci siamo ritrovati dei contratti aperti alla fatidica data del 17 marzo, motivo per cui i provvedimenti presi dal Governo non ci hanno permesso di avanzare le richieste per l’indennità di 600 Euro per marzo, ma ci hanno per assurdo dato la possibilità di avanzare domanda di Cassa Integrazione in Deroga. Purtroppo, però, mentre per l’indennità la domanda s’invia autonomamente a costo zero, per la CIG c’è un costo non indifferente da pagare al consulente del lavoro (perché le domande non sono per nulla semplici né sbrigative), e inoltre, mentre l’indennità per marzo è già stata versata, la CIG arriverà sui conti correnti chissà quando. Insomma, se consideriamo la spesa sostenuta per inviare le domande, riceveremo meno con la CIG che con l’indennità. E ora che si parla (giustamente) di aumentare l’importo dell’indennità per aprile, chi come noi è in CIG (solo per l’assurdità della data del 17 marzo) si ritroverà a ricevere molto meno di chi prende l’indennità. Questa è una brutta falla del sistema. Ma c’è di peggio. C’è chi non ha potuto fare richiesta né dell’indennità né della CIG, semplicemente perché lavora, come quasi tutti, con contratti di scrittura anche a brevissimo termine, e magari aveva un contratto di scrittura di un solo giorno a marzo, magari proprio nella data del 17 marzo. Bisognava permettere ai lavoratori dello spettacolo che lo preferivano di accedere all’indennità invece che alla CIG. O, meglio ancora, ci vorrebbe un sistema completamente diverso, che non necessiti di tutti questi interventi straordinari. Ci vorrebbe un sistema simile a quello degli intermittenti francesi. Dobbiamo riuscire a lottare tutti uniti, senza dividerci tra attori, registi, tecnici, eccetera. Insieme, come lavoratori dello spettacolo. Anche se restiamo convinti che la vera soluzione sarebbe un reddito minimo universale, garantito dallo Stato per tutte le persone, senza distinzioni.
Quali interventi, normativi ed economici, vi necessitano per riprendere l’attività? E la stessa fino a quando potrà essere sospesa con la ragionevole certezza di poterla riprendere?
C’è da dire che il Governo sta facendo qualcosa, ma sono misure d’emergenza, a termine, che non possono bastare. L’emergenza attuale ha reso evidente la grande fragilità e precarietà in cui vivono i lavoratori dello spettacolo: servono misure concrete non solo per il presente, ma che restino a tutela dei lavoratori dello spettacolo per sempre, sul modello del sistema di intermittenza francese. Parallelamente, occorrono interventi per sostenere le realtà dello spettacolo, dalle grandi strutture come i Teatri Nazionali, fino a quelle piccolissime, come le tante Compagnie indipendenti, ma anche tutte quelle piccole realtà che si occupano in un modo o nell’altro di teatro (parliamo di teatro perché è l’ambito che viviamo e che, quindi, conosciamo meglio) e che formano un tessuto culturale fondamentale per la nostra società. Anche su questo fronte il Governo non è stato completamente immobile, seguito da misure prese da Regioni, Comuni e, a volte, anche Fondazioni, andando a snellire e a rendere più elastico il sistema di finanziamento allo spettacolo, almeno per il 2020. La Regione Emilia-Romagna su questo si sta muovendo con determinazione, dimostrando di considerare lo spettacolo, l’arte e la cultura beni importanti per la società. Tornando al Governo, seppure le cifre messe in campo siano davvero irrisorie, con un budget di 20 milioni di euro, è stato da pochi giorni annunciato dal Ministro Franceschini un fondo per gli extra Fus (Fondo Unico dello Spettacolo, n.d.g.), ovvero un finanziamento straordinario per le piccole realtà che non hanno avuto accesso, nel 2019, ai finanziamenti del Fus. Benissimo. Accade però che, tra i requisiti per accedere a questo finanziamento, pensato – come ha dichiarato il Ministro – “per non lasciare fuori nessuno”, c’è la richiesta di 15 rappresentazioni. Secondo noi proprio questo parametro del numero di rappresentazioni, rappresenta il peggio del sistema attuale di ripartizione del Fus, a tutti i livelli. Diventa completamente assurdo se applicato a una misura destinata a realtà che non hanno accesso al Fus e che, o cedono i loro bordereau a strutture più grandi (tutte le strutture, a ogni livello, sono affamate di bordereau nel tentativo di arrivare agli assurdi parametrici numerici del Fus) o, a causa del loro tipo di attività (laboratori, promozione della cultura teatrale, lunghi periodi di studio o di lavoro in sala, magari in residenza, da nomadi), non hanno proprio nel loro orizzonte il collezionare le cosiddette rappresentazioni. Gli altri requisiti richiesti sono più che ragionevoli, compreso il numero di giornate di contributi versati che servono per dimostrare in qualche modo la professionalità della struttura e per incentivare la migliore regolarizzazione dei rapporti lavorativi, ma il numero di rappresentazioni non può e non deve essere un requisito per un fondo destinato agli extra Fus. Chiediamo che questo requisito sia eliminato.
Non pensate che sia mancato un forte coordinamento in questi anni per rivendicare, aldilà del valore culturale e artistico del vostro lavoro, una serie di normative che riconoscessero in pieno il mestiere del fare teatro – parificandolo a qualsiasi altra occupazione? Specifico che l’ultima domanda mi sorge spontanea pensando al refrain che tutti conoscerete e che da barzelletta sembra diventata triste realtà: “Ah, fai l’attore! Ma che lavoro fai davvero?”. E dalle considerazioni che, in queste settimane, mi sono state rivolte da tanti: “Si può rinunciare al teatro o al cinema, che problema c’è? È solo un divertimento”. Non mi pare che le persone si rendano conto che voi lavoriate “davvero”.
Sì, è assolutamente mancato un coordinamento. Dobbiamo trovare il modo di unirci. Crediamo che l’obiettivo concreto e immediato dovrebbe essere quello di avere gli stessi diritti dei nostri colleghi di altri Paesi europei e degli altri lavoratori in Italia. Ma il vero obiettivo dovrebbe essere un reddito minimo universale garantito dallo Stato per tutti, senza distinzioni.