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Intervista di Simone Pacini su Materiale per Medea, “Fattiditeatro.it”, 2 ottobre 2025

Intervista di Simone Pacini ad Agata Tomšič su Materiale per Medea in occasione dell’anteprima dello spettacolo a #ogniluogoèunteatro a Vercelli, pubblicata il 2 ottobre 2025:
https://www.youtube.com/shorts/EcRpqXOCnEg

“S.P. Siamo a casa Cuocolo Bosetti, a Vercelli, nel pieno di Ogni luogo è un teatro. Agata Tomšič è in residenza in questi giorni qui a Vercelli verso l’anteprima del nuovo spettacolo di ErosAntEros “Materiale per Medea”. L’anteprima sarà il 23 settembre e poi ci sarà una seconda anteprima per i 15 anni di ErosAntEros a Ravenna, 26 e 27 settembre. 

Medea. Quanto è attuale questo testo oggi e come stai lavorando anche col tuo musicista in questi giorni qui a Vercelli, Agata? 

A.T.: Questo lavoro nasce da un mio innamoramento nei confronti del testo di Heiner Müller, quindi una parola estremamente poetica ma anche aspra, cruda, violenta e radicata nel suo contemporaneo. Contemporaneo che è stato scritto fra gli anni ‘50 e ‘80 nella Germania dell’Est, che però incredibilmente ancora ci parla, soprattutto nella terza parte, quando il dramma personale diventa, diciamo, un dramma collettivo. Questa donna, che è stata utilizzata per scopi anche politici da un colonizzatore che voleva appropriarsi della sua terra, diventa poi un pretesto per riflettere sulla nostra società. Nell’ultimo monologo Müller interroga tutti noi, chiede chi siamo, ci rende tutti responsabili del mondo, del sistema capitalista e coloniale in cui viviamo e per me questa è stata veramente una chiamata quasi “alle armi”. 

Come l’avete sviluppata, insieme al tuo musicista a livello spaziale e anche sonoro?

A.T.: Con Matevž Kolenc avevamo lavorato come ErosAntEros già in “Santa Giovanna dei Macelli”, perché lui è il compositore dei Laibach, la band che avevamo coinvolto in quel progetto. E anche in continuità, insomma, da Brecht andiamo al suo testimone, a Müller. Ho coinvolto Matevž per creare un dispositivo spaziale uditivo che circonda gli spettatori, li immerge in un ambiente sonoro in cui la visione e la luce sono dosate col contagocce – nel senso che sono bassissime – proprio per lasciare la dimensione uditiva, e quindi simbolica, della parola e del suono, libere di esprimersi; e dall’altro lato al desiderio di vedere, di fomentarsi, perché si vuole vedere, ma non si vede, questa nostra Medea che ho costruito.

S.P.: Una medea al buio, insomma. Perfetto, la chiuderei qui, almeno lasciamo anche un po’ di pathos.”