TOP

Nicola Arrigoni su Materiale per Medea, “Hystrio” n. 3, luglio-settembre 2026

La rivolta di Medea, il melologo di Tomšič, Nicola Arrigoni su Medea, “Hystrio” n. 3, luglio-settembre 2026

MATERIALE PER MEDEA, di Heiner Müller. Traduzione di Saverio Vertone. Ideazione, regia, scene di Agata Tomšič /ErosAntEros. Costumi di bàste sartoria. Luci di Gianni Gamberini. Musiche e suono di Matevž Kolenc. Con Agata Tomšič. Prod. ErosAntEros, Ravenna. POLIS TEATRO FESTIVAL, RAVENNA.

Una sorta di black room con al centro un altare laico, un corner speaker in cui spiccano due palloncini rossi; tutto intorno il buio, rotto da luci di taglio e dal passaggio felpato di una figura: Medea, Agata Tomšič, vestita di un lungo mantello con cappuccio. Un’immagine che introduce lo spettatore in uno spazio altro, intimo e segreto, in cui la regina della Colchide urla la propria rabbia, il proprio amore tradito. Nel mettere in scena Materiale per Medea di Heiner Müller, Agata Tomšič costruisce una rigorosa partitura vocale e musicale – affidata alle musiche e al sound design di Matevž Kolenc – che rende quasi astratto il significato delle parole, per tradurle in suoni, lamenti, urla strozzate della cagna rabbiosa, della moglie tradita, della madre che sacrifica i propri figli. La Medea di Müller – nella versione fisico-vocale di Tomšič – è la straniera, è colei che tutto ha sacrificato al proprio uomo e che si ritrova abbandonata, estranea al mondo che ha scelto e non più parte di quello che l’ha generata e nutrita. È la condizione del migrante, dei popoli senza più terra. Sacerdotessa prima che madre e moglie, questa è Medea nel suo intimo e feroce canto di dolore, un canto che profuma di un Oriente lontano e magico, dorato e misterioso, che frequenta l’abisso. Il trucco bizantino sul volto, il corpo nudo esibito in un vedo e non vedo, gli stivali lunghi e lucidi, la seduzione e la morte portano con sé il mistero e la forza di quella donna, di quella regina, di quella sacerdotessa che decide il sacrificio più impensabile, innaturale, tremendo e tracotante: quello dei figli. E quei due palloncini rossi che scoppiano sotto le dita ungulate sono una ferita, uno schianto che ammutolisce e diventa rimbombo di dolore. Tutto questo possiede la forza magnetica di un melologo in cui le parole si perdono nel proprio suono, perché non tutte le parole del mito e del sacro possono essere comprese da noi umani.