Olindo Rampin su Materiale per Medea, “PAC”, 15 maggio 2026
Tomšič, Kaupinis e Minasi a Polis Teatro Festival, Ravenna
Olindo Rampin, “PAC”, 15 maggio 2026
“Entriamo al Teatro Rasi di Ravenna per POLIS Teatro Festival. Gli spettatori di Materiale per Medea di Heiner Müller, allestito e interpretato da Agata Tomšič, sono disposti a ellisse intorno a un podio. Per qualche attimo, non si sa da dove, arrivano sospiri di tenebra, ai quali seguono parole di rancore e di desolazione, di eros e di morte, pronunciate, ora lo vediamo, da un informe grumo a terra, che pian piano nel buio prende vita. È una donna, esile e incappucciata, che ora si alza e cammina avanti e indietro, minacciosamente, alle spalle degli spettatori indifesi.
Su quel podio, centro di un sortilegio, sono issati tre simulacri: un microfono e due palloncini in similoro, posti in cima a due aste. Il primo si rivelerà un tamburo rituale: picchiandolo ritmicamente, la collerica sacerdotessa vi ricaverà un tonfo raccapricciante, predizione di morte. I palloncini in similoro, lo scopriremo più tardi, sono i figli morituri di Medea. L’attrice li accarezza, quei palloncini-figli, con le sue mani magre e puntute, tocchi stizziti che producono suoni sinistri, uniti, nel cupo rumorismo della scrittura sonora di Matevž Kolenc, all’intonazione vocale selvaggia delle invettive ringhiose, agli abominevoli piani di vendetta sulla rivale, sull’eroe traditore.
Smaniosa nei suoi stivali alti e neri a mezza coscia, luccicanti e aderenti, avvolta in una mantelletta che lascia sgomenti, sinistro abitino da Cappuccetto Rosso e tenebroso saio nero e oro da Regina della notte, Agata Tomšič è una donna-fanciullo emaciata e feroce. Gli «occhi azzurri senza fondo», come quelli della Sconosciuta di Aleksandr Blok, è la musa smaniosa di un poema d’incubo, in cui gli echi della Secessione viennese si incupiscono nei tremori di una fiaba nera. Ineluttabile come una condanna, la sua voce ringhia, minaccia, annuncia furori di strage: non doglianze di donna abbandonata ma balenii di sterminio.
Illuminata o adombrata dal sepolcrale disegno illuminotecnico di Gianni Gamberini, Agata-Medea officia una celebrazione orgiastica, il religioso strip-tease di una maga fremebonda. Smesso il peplo nero e oro, scende dal suo narcisistico piedistallo di predicatrice funerea e vi estrae con lentezza un Vello d’oro in poliestere, che dispiega ai piedi dell’irrequieto e timoroso pubblico dei fedeli. Le ciglia lunghissime, la fronte adorna d’oro, fatta ancor più orgogliosa nella solitudine, l’attrice vibra di una nudità angolosa e androgina, insinuante come una minaccia sotto la gonna d’oro tagliata sulla parte anteriore da un profondo spacco verticale. Ecco, anche la sottana dorata è rigettata, nella liberatoria ostensione di una nudità assoluta, sacrificale e oppositiva, indossata come una divisa d’oplita, dolcemente screziata da una fascia rossa a mezzo il dorso.
Vendicativa come una sovrana orientale, Agata Tomšič intreccia i suoi vocalizzi di maleficio e i suoi tetri anatemi con ossessiva ritmicità, nella smorzatura di ogni intenzione interpretativa, commovente o accattivante: filastrocca fredda e rabbiosa, sequenza di versi arcigni, colpi di coltello che allungano la vocale finale d’ogni parola in una nota d’odio, in una bestemmia di dolore e rabbia. L’artista slovena ha ricreato nella sua officina, nel suo studiolo d’alchimista, un Heiner Müller gravido di sentori torbidi, di demònici sperimentalismi vocali, di oscure ossessioni sessuali, di conflitti drammatici da età magiche, arcaici e modernissimi”.